mercoledì 5 maggio 2010

H di Ospedale

La maggioranza degli esseri umani ci nasce e poi, anni dopo, a volte pochi, a volte troppi, mai giusti, ci muore in ospedale. Per quello più o meno tutti hanno paura della morte, non riconoscono il luogo per quel paradiso che è, un lazzaretto di dolore e umiliazioni ma anche di bambini che vengono al mondo a volte pure deformi però vuoi mettere a volte no affatto, non se lo ricordano che lì sono successi le cose più belle della vita, tipo il nascere, l'essere picchiati con la spranga per emettere il primo ruttino (ché, cazzo!, non sta bene ruttare), o il morire. Io, che invece mi devo sempre far riconoscere (una volta, pensate un po', durante la foto di classe in prima media, mi venne da starnutire e nella foto in pratica si vedono uno Sgorbions -il ganziale Matteo Cappereo però!- e tanti cittini con la chiostra del sorriso di chi dice 'salute' e non 'lox and creamcheese'), ci ho vissuto praticamente i miei primi tredici anni della vita. La-à, al bacio. Del resto negli anni Ottanta gli affitti di una camerata da trecento indiani di Calcutta con letto e tv-color (flebo a pagamento per conto dei trafficanti di organi) erano così bassi che ancora conveniva barricarcisi dentro, con il riflusso degli anni Novanta è poi convenuto guarire purtroppo e anche il mio corpo, mio malgrado visto che ormai mi ci ero abituato parecchio benino, ha seguito il trend. Prima invece, fra palle da far cadere in buca, ascessi da rendere meno eccessivi e figli illegittimi avuti con infermiere di varia natura da rispedire al Grande Architetto, non sapete che momenti di sollazzo. Tanto che una volta provai pure a scrivere un romanzo, giacché lì dentro c'ero e lì dovevo restare, ma dopo un 345 pagine pubblicate in prima edizione da Bompiani con lo pseudonimo di Alberto Moravia, le stesse mi iniziarono a risultare indifferenti e la piantai lì. Ma tornando con un volo pindarico all'epoca felice che fu, l'ospedale mi era così proprio che io pensavo proprio di averlo, possederlo tutto per me, come tanti bambini coetanei potevano avere la gigantografia robot di Goldrake e altri la patinatissima leucemia a macchie di leopardo. Ho Spedale, come scrivevo nel mio temario, solo che la H non si pronuncia in italiano e tutti si sbagliano a scrivere, pensavo, mentre il cuore sobbalzava per ogni gol dell'ala destra dello Spedaletto. Immaginate voi la delusione quando, una volta dimesso per sempre e sprofondato nella vita senza flebo senza infermiere che hai voglia a dire ma fra un catetere e l'altro un succhiotto al lillo non te lo facevano mica mai mancare, ho scoperto che Hospital si scrive con la O.

Se non altro la H sui tetti degli Ospedali dove posteggiano gli Helicopteri sta ancora per Hanno ucciso l'uomo ragno, una canzoncina deficiente che all'epoca piaceva a tutti me compreso.

2 commenti:

Francesco ha detto...

cazzo robbè, i miei compliment(on)i per fontina boy, veramente strabordante di idee-parole-pensieri, mai banali esoprattutto da pisciarsi (o cacarsi) addosso dal ridere!a proposito, anche io ero un grande intrattenitore di cacche: il gioco era sempre così coinvolgente che no, lasciarlo per cagare era idea alquanto inaudita, partiva così una battaglia a suon di serragliamenti dell'orbicolare mio, assediato da una prima puntina alla ricerca d'aria, di libertà, ma io carceriereaguzzinoboia a strozzarne il tentativo sul nascere, fido l'orbicolare anale, chiudi laggiù, chiudi tutto, e via di serragliamenti e balaustre e balestre e balestra(renato) le mutande, l'ampolla rettale ruggiva ma lo stop, na-na-na-na, ostinato e risoluto, senza alcuna pietà per il cannellone tentatorfuggitivo e chiudi e stringi e serraelciapp mentre dallo sforzo ormai ero nel di mio viso bluastro da parer coi miei occhialoni il poco siimpatico puffo saputello, e la mamma a chiamare che il pranzo è prionto ma no, alcun movimento è consentito, siamo nel pieno della battaglia e non sarà adesso che la dò vinta, nessuna pietà per ulzana, ma qui più che ulzana se pò pparlà di melanzana e giù a pensare che strano come può il di mio corpo bambino creare mostri di tale grandezza, di così straordinaria efferatezza? mica son paolino, il macellaio da cui prendiamo la carne, che ci serve sempre con qualcosa in bocca e poi dicendo alla mamma ma quantè carino il figliolo suo e che occhialoni la vuoi una fetta di prosciutto e me la porge tutta unta dal bancone ma non riesce ad arrivare a me causa la pancia che pigia sul vetro del banco ed ho sempre paura che si rompa il vetro e venga giù tutto il negozio con un effetto-domino strabordante, ecco lui si, paolino e sarebbe più giusto paolone lui si crea sicuramente mostri neri, godzilla che stanno poi lì fermi e inquietanti, senza voler andar giù, immobili come le idee dello zio Gianni che ottuso non capisce chi sono questi neri e che vogliono da noi, inamovibile come il monte fuji, ha voglia mamma a spiegare che taratataratatarata e poi mi chiedo se sia giusto cacare, se sia giusto essere un'industria perpetua di cacca, instancabile e puntuale e mi dico che finchè riuscirò strozzerò questo macabro capitalismo della cacca, produrreprodurreprodurreacquistareacquistareacquistare, ne sono convinto, o meglio ne ero, perchè se nel frattempo con un volo grammaticale ed una peripezzia chenonvorreichiamareerroreanchese sono passato dal passato al presente, tutto questo pensare ha fatto in modo che l'orbicolare lui, sempre ligio, si sia un attimo preso un pò di libertà, s'è acceso una paglia e sereno senza il capo sul groppone si sia andato un attimo a rilassare e la linguina, così rattenuta fin d'ora, diventa d'un tratto spocchiosa, boriosa, crede d'essere a casa sua ed irrompe, dando a balestra(renato) ciò che si merita e finalmente urlando a pieni polmoni libertà, libertà!!!!

Anonimo ha detto...

Antani la capalia?