venerdì 14 agosto 2009

Giusto un flash

Ho un’istantanea di felicità. È rotonda e perfetta. È una piccola morte, ovvero un orgasmo. Mi ci potrei benissimo fare le seghe sopra e senza problemi verrei, eccitato ma anche arrapato. È come un fumetto, con l’azione congelata dalle sinapsi della memoria ma con tutto un movimento -un prima e un dopo- sotteso, tanto invisibile quanto corporeo e invasivo. Invade gli spazi fisici della percezione emotiva e ottunde i sensi. Fa male e il perché è semplice: la felicità non esiste, ciò che proviamo quando diciamo di essere felici è solo assenza di dolore e dal momento che ho detto che ne conservo una sola istantanea, fate un po’ i vostri conti. In pratica è come avere un album di icone della giornata più bella della vita e accorgersi che contiene solo una polaroid, e questa dopo tanto tempo e tanta luce sta pure sbiadendo. Ecco perché s’invecchia. Non ricordo la cornice, ricordo il quadro. Che saranno, gli anni Ottanta? Probabile, il riflusso sta venendo meno come le elementari e il mi' fratello inizia a scocciarsi di fare uno contro uno a calcio dentro casa: mi preferisce gli amici, la discoteca, il gel sui capelli, ci sta anche la cicala (ma non ne vedo mai girare tanta da queste parti). Io sono certo stia parlando della favola della formica e della cicala e non capisco perché tanto interesse per la cicala: la formica, provvida e lungimirante, è troppo meglio secondo me. Sono altri tempi: si pranza alle due perché il babbo rincasa dal lavoro solo allora e, non ci sono santi!, lo si aspetta per cominciare la liturgia; si vive in simbiosi con la mamma, dea antica, infallibile, generosa, sempre presente ma non ultraprotettiva (che fa rima con insicura), irraggiungibile nella scala dei valori, così lontana così vicina; si fa merenda sempre e comunque alle quattro e sono fette di pane col pomodoro e spremute -salute!- mica snack ipo- o iper-calorici; si gioca per strada, nel fango, nelle stoppie, fra le macchine (sono meno, questo è vero); si suda, ci si fa male, si portano i calzoni corti e le canottiere colorate da mare d’estate e la tuta d’inverno ma si hanno sempre i ginocchi (i ginocchi, sì!) sbucciati. Si ride sempre, di tutto; anche delle cicatrici ci si fa beffe, come pirati dei Sargassi. Siamo l'infanzia degli anni Cinquanta fuori tempo massimo. Scompariremo, infatti. Ci sono io e c’è il mio amico Giovanni, che vive poco lontano ma è un altro quartiere e andare da lui a piedi è come andare in un’altra città, bisogna studiare la cosa, pianificare gli orari, mappare i trasporti pubblici. E c’è la mamma, la mi’ mamma ma la mamma di tutti, enorme, titanica. Giunone, la moglie di Giove, e Giove è al lavoro. Siamo in casa mia, sgombra di mobili, tappeti, tendaggi, cianfrusaglie da case borghesi perché i bambini devono giocare: saranno sì e no 80mq ma sembra di stare a Central Park. Io e Giovanni ci nascondiamo e fuggiamo, non facciamo altro per ore e ore, forse giorni; e la mamma, con uno spillone enorme da spiedo che ha le fattezze di uno spillino per cucire neanche dei più corpulenti, ci insegue e minaccia di trafiggerci. Abramo dalle fattezze muliebri, è disposta a tutto pur di uccidere suo figlio e il suo amico, sicuramente gelosa della loro segreta, intima amicizia. Gelosa di qualcosa che la vita le ha fatto conoscere e poi, vita usuraia!, le ha tolto. “Ora vi prendo, ora vi sbudello!”, ci grida dietro trasfigurata. È un’ossessa e lo spillo, che tanto ripresenta vivo l’odiato momento delle punture, è il male. Lei, in quel momento, è il Male. Un male che ci fa paura, ma che non morde. Anzi no: da cui noi riusciamo a non farci mordere. Io ho la mano incollata a quella di Giovanni e, con uno strappo deciso del braccio, lo sospingo in avanti e lo salvo proprio mentre quella puttana della mi’ mamma sta vibrando il colpo fatale; un secondo dopo è lui a salvare me indicandomi come scivolare in velocità sotto le gambe della pazza furiosa. Non ci sono sconti, è lotta vera. Un patto non scritto: l’Amore accetta di interpretare l’Odio. E come ci riesce! Non ci sono né prima né dopo, c’è solo l’adesso della pura sopravvivenza e sopravvivere quando l’unica altra opzione è morire è rinascere, immacolati e felici.

Non ci ha mai preso, non ci ha mai sbudellato. Noi troppo bravi. Lei troppo strega e troppo fata. Una così non si incontra mica tutti i giorni.

3 commenti:

Acidshampoo ha detto...

Post che tocca gran parte delle mie corde. Purtroppo la nostalgia è un argomento su cui ho sempre meno da dire. Non perché non ce l'abbia, che anzi ce l'ho di tutto quello che è passato, bello o brutto che sia. Ma perché ogni volta che ne parlo, nutro come l'illusione e la speranza che il passato torni un po' attorno a me. Che a forza di ragionarne, con questo afflato poi, si riesca a piegare almeno un poco il tempo, a ingentilirlo per una sera.

fontinaboy ha detto...

'Ingentilirlo per una sera' mi piace assai.

Anonimo ha detto...

''Non ci sono né prima né dopo, c’è solo l’adesso''.
Un adesso eterno che è in noi.